Walk about 2000

3° posto sezione racconti Valentina Eccher

 

“MAAYAFUSHI RESORT”



Il giro completo, passeggiando sulla spiaggia, non dura più di dieci minuti; l'isola è
un'unica duna sporgente, dove ogni granello di s , abbia è stato un tempo una minuscola parte di corallo o di conchiglia. E' un unico giardino di palme e mangrovie che
sbucano dalla sabbia e arrivano a bagnare le radici nell'acqua verde e salata del mare.

La prima cosa che ho notato è che su quest'isola ci sono quasi solo coppie, la maggior parte in viaggio di nozze. Bene, anch'io sono qui per una mia luna di miele: con me stessa. Avevo separato Franco dalla mia vita, e avevo rinunciato a tutte le facilitazioni previste dalle agenzie per la coppia. Pazienza, tanto la sua quota l'avrei pagata io, lui in banca non ha mai avuto altro che sogni.

La seconda cosa, è che i piccoli inservienti maldiviani lavorano come formiche a raccogliere in continuazione ciò che cade dagli alberi, foglie, fiori, frutti di cocco immaturi. Nel mezzo dell'isola ho visto una fossa dove viene raccolto il materiale: foglie gialle, rami secchi. Ma perché non lasciano sulla sabbia almeno i grossi fiori rossi a calice, che cadono continuamente dalla volta verde che contorna l'isola?

A cena ho avuto la risposta. Il tavolo dei miei vicini era stato completamente decorato con petali, disposti geometricamente a seconda del colore; da un vaso centrale pendevano, tra rami fioriti di oleandro, pesci e uccellini intrecciati dalle foglie delle palme, piccole opere di origami vegetale. Ero affascinata e anche un po' invidiosa dei miei vicini. Dopo un attimo si è seduto al mio tavolo un cinquantenne abbronzato. "Piacere, Angelo: - ha esordito - gestisco una piccola fabbrica notturna di sogni, qui sull'isola".

Angelo è il pianista di Maayafushi; la notte recita la parte dell'eterno simpatico, con la voce chiara e decisa, ma si capisce che dentro di sé cova una solitudine incallita, maturata in anni e anni di professione. Mi incuriosiva. Ho lasciato passare una giornata e la sera seguente sono andata ad ascoltarlo; avevo la testa pesante e vuota. Bastava chiudere gli occhi per un po' per ritrovarli pieni di immagini di Franco; lo vedevo seduto al tavolino con me, in questo strano locale col pavimento di sabbia, dove l'eleganza femminile si sfoggiava a piedi nudi, e gli uomini trendy indossavano parei con fantasie tropicali, e il pianista ti dedicava una canzone che portava il tuo nome senza guardarti negli occhi.

Sono rientrata in camera prima che Angelo finisse il suo repertorio. Qualcosa non nii tornava, nel conto della giornata. Come un buco, inspiegabile, della durata non definibile, in cui mi sembrava di non aver tenuto i piedi sull'isola di Maayafushi. Ho aperto la porta e ho percepito subito il fresco asciutto dell'aria condizionata; c'era un profumo di verde che usciva dalla stanza. Sul letto era stesa una decorazione geometrica
di foglie di palma intrecciate, splendida nella sua semplicità. L'ho osservata a lungo; non sapevo bene che fare. Con delicatezza l'ho rimossa sulla mia metà del letto, lasciandola intatta* sull'altra parte. Chissà se la fabbrica dei sogni di Angelo funziona, è stato il mio ultimo pensiero prima di spegnere la luce.
Ecco che adesso sfioravo i coralli nell'acqua bassa color turchese; la corrente mi trasportava sopra la barriera; mi venivano incontro mille pesci colorati, alcuni cercavano di parlarmi, ma nell'acqua non potevo capirli. La corrente accelerava sempre più. Attinie abitate da pesci arancioni e bianchi, stelle marine ed enormi conchiglie con molluschi violacei mi guardavano scivolare sopra di loro. Adesso ero al limite della barriera; una grossa tartaruga di mare gialla mi guardava e mi indicava il fondo. Senza fatica mi sono immersa, fino a quando la luce che filtrava era diventata un inchiostro di un azzurro intenso; sulla sabbia del fondale stava seduto di spalle un uomo, che intrecciava rami di palma. "Chi sei ?" ho gridato, ma sott'acqua la mia voce era solo un barrito indistinto. "Chi sei, chi sei ?" gridavo più forte, ma lui non mi sentiva. "Chi sei?" ho sentito gridare la mia voce. Ero seduta sul letto.

Fuori albeggiava e sono uscita sulla spiaggia senza accendere la luce. L'acqua arrivava a pochi metri dalla porta del mio bungalow. Per vedere il sole emergere dagli strati nuvolosi, bassi sull'orizzonte, bisognava attraversare l'isola, passando per il vialetto di oleandri. 1 camerieri preparavano già la sala per la colazione all'aperto, mentre Angelo stava seduto su una poltrona di giunco, fumando. Vedendolo di schiena, non ho Potuto fare a meno di pensare all'uomo seduto in fondo al mare. Poteva essere lui?

La giornata è trascorsa poi senza particolari emozioni, contando i granchi sulla sabbia e inseguendo con la mia sedia da spiaggia la linea della marea sul bagnasciuga. Di pomeriggio devo essermi addormentata, perché l'unica cosa che ricordo, vagamente, è un colloquio personale con la tartaruga della notte, che mi annunciava una sorpresa in serata.

Aveva ragione: a tavola, al mio posto, c'era un corallo tondo viola pallido, ancora umido, e al centro un fiore aranciato, come un grande calice carnoso. Sul tavolo c'era, in fresco nel secchiello, una bottiglia di champagne; dal tovagliolo che lo avvolgeva spuntava un biglietto; l'ho aperto e mi sono trovata davanti una scritta in dhivehi. Ero imbarazzata, più che stupita. Ho chiamato Nazeem, il capo cameriere bello e colto, che parla le lingue e la notte studia italiano, e gli ho chiesto di leggerlo. I maldiviani sono persone riservate, timide per educazione. Nazeem ha guardato il biglietto, poi ha guardato me e ha detto semplicemente "Evviva". Come, evviva? Evviva cosa?
"Evviva"", mi ha ripetuto sorridendo. Che giorno era, solo un giorno qualunque di febbraio, il 22, o forse il 23...
Una fitta allo stomaco: tre anni fa, esatti, Franco era entrato nella mia vita. Ma chi poteva sapere lì, sull'isola, di quel freddo pomeriggio, fuori dalla biblioteca di facoltà a fumare, quando lui aveva cercato le parole per un bel po', per dirmi solo: "Io sono Franco, e tu come ti chiami ? "Mario!" avevo risposto di getto, e la cosa ci era sembrata così idiota che eravamo. scoppiati a ridere per la tensione e non potevamo più smettere di ridere, e di stringerei le mani gelide uno con l'altra, e di carezzarci i capelli. Chi sapeva? Certamente non Angelo, non i camerieri.

Sono una sciocca, malata, non può essere che un caso, sarà Angelo che inizia a fare il galante. Dovrò tenerlo a bada. Se era così, comunque, Angelo era proprio un attore. Arrivato al tavolo - io stavo già cenando - mi ha salutata e mi ha chiesto se stavo aspettando qualcuno, vista la tavola. "No, anzi pensavo che fosse preparata per te!" Abbiamo brindato insieme alla generosità del nostro ignoto; ma con noi sedeva un terzo commensale, invisibile e silenzioso. Angelo, con la sua leggerezza professionale, mi ha consigliato di non badare troppo a questi misteri: forse è solo un cameriere che cerca una mancia particolare.

Dal canto mio, da quando sono arrivata qui non ho dato particolare confidenza a nessuno; anzi, ho sempre ricercato una mia solitudine dentro questo strano transatlantico di sabbia ancorato definitivamente in mezzo all'oceano. In questo microcosmo anche la vita è minìmale, quella degli umani come quella dei pochi animali che ci abitano. Osservando i cicli naturali del sole, dei venti e delle maree e tutto ciò che questi moti, del tutto indifferenti alla nostra presenza, determinano sulle persone e sugli altri esseri viventi dell'isola, le giornate mi scappano quasi tra le dita; alzarsi, uscire dalle tane, pescare, mangiare, dormire, nuotare, volare, ridere, lavorare, cantare, aspettare, pensare... Ogni cosa ha ora per me lo stesso peso e lo stesso interesse.

Con la testa presa in questa fascinazione, avevo fatto tardi al piano bar. Angelo, che aveva terminato la serata, chiudeva il suo pianoforte; gli ho chiesto di fare il giro largo ed accompagnarmi fino al mio bungalow, per non attraversare il viale buio da sola; la testa mi girava un po', forse per i due bicchieri di champagne spagnolo. Arrivata alla porta ho finito la sigaretta e ho aperto, senza accendere la luce. Un profumo di fiori notturni mi ha investita subito; la camera era stata rifatta da poco, il pavimento era ancora umido. Sul letto era stato intrecciato un tappeto verde di foglie di palma, e sopra al tappeto spiccava un cuore di petali rossi e a fianco le lettere "M - A" Ero spaventata e la paura si mescolava all'eccitazione di sentirmi corteggiata da questo

misterioso "MA". MA: forse come le prime lettere di Maayafushi; forse è un benvenuto particolare, ho pensato, ma faticavo a crederci. Ho dormito abbracciata al cuscino; prima di spegnere la luce ho invocato la tartaruga gialla perché venisse ancora a trovarmi e mi dicesse qualcosa di più.

La mia amica è stata leale; prima dell'alba ho sentito bussare; da fuori veniva una voce profonda, non umana; ho aperto e lei era li, che volava elegante nell'aria, tra i cespugli e le palme, becchettando qua e là. Ora capivo la sua voce, che mi chiamava "Mario ... Mario..."

"Mario..." Ero sveglia del tutto. E tutto era chiaro, MA sono le prime lettere di Mario. Ma chi, oltre a me, poteva conoscere quel nome, a Maayafushi? Solo Franco mi chiamava così, quando scherzava con me. Solo io potevo conoscerlo. Ero spaventata, ora. Avevo paura di riaddormentarmi e di incontrare la mia tartaruga; nelle leggende maldiviane è uno spirito di qualcuno che un tempo ci voleva bene. Sapevo che quello spirito, prima o poi, sarebbe uscito dall'acqua, mi avrebbe preso il cuore e lo avrebbe riportato al di là del mare, là da dove ero scappata.

Iniziavo ad aver paura dell'acqua; soprattutto mi spaventava l'idea delle correnti e delle maree, che si muovevano secondo forze invisibili, trasportando acqua calda dagli atolli verso l'oceano, e insieme all'acqua plancton, noci di cocco, foglie di man

grovia, insetti sfuggiti alle lingue dei gechi. La marea nell'altra metà della giornata ria saliva, lasciando sulla spiaggia paguri indaffaratissimi, coralli e meduse violacee, piccoli segnali di un mondo marino che conosceva forse le profondità dell'oceano. Per la prima volta ho passato la giornata senza entrare in acqua. Grandi nuvole lattiginose sbiadivano le tonalità verdi e azzurre dell'isola contro il cielo abbagliante. Sono rimasta quasi tutta la mattina in camera, ascoltando le piccole onde sempre più vicine, poi sempre più lontane. Angelo, che non mi aveva vista tutta la mattina è venuto a cercarmi; ho accettato l'invito per visitare un'isola di pescatori ("Ti farà bene cambiare aria per un po', vedrai!").

Per Halaveli c'era un'ora di mare con il dhoni, la barca da pesca costruita per gli atolli maldiviani, larga e piatta quanto basta per scivolare sopra le formazioni coralli- quasi affioranti. Vicino alle isole, però, anche il dhoni doveva districarsi tra una serie di secche, segnalate da pali infissi nelle dune affioranti: la marea era bassa, e qua e là spuntavano i profili scuri dei coralli. Già dall'approdo si intuiva la natura dia versa dell'isola autentica. La sabbia era disseminata di pezzi di corallo duro, conchia glie, lattine di coca, suole di ciabatte in gomma. Le casette dei pescatori, tutte uguali, erano costruite con ciottoli irregolari, che a guardare bene erano semplicemente pezzi

di corallo duro e sbiancato dal sole. Qua e là dentro i muri, affogate nella malta, spiccavano grosse conchiglie tondeggianti e rosa. Il caldo si faceva sentire; sotto un gigantesco albero del pane giocavano tre bambine splendide. 1 bambini dell'isola mi -sembravano tutti bellissimi e spensierati, senza ' altra preoccupazione se non quella di godersi l'infanzia, infinitamente più ricca che in una qualunque delle nostre città malate. Già gli adolescenti iniziavano a mostrare nello sguardo il disagio esistenziale di tutti i ragazzi del mondo, una noia che non si può sfogare in una chiazza di sabbia persa nel mare, ad un'ora di barca dall'occidente artificiale di Maayafushi e a più di due dal villaggio maldiviano più vicino. Eppure, anche nel generale senso di abbandono e povertà di quest'isola, dove tutto era essenziale, mi sentivo protetta. Sapevo che nessun fantasma mi inseguiva; persino Angelo, una volta sbarcato, mi era sembrato più interessato a cercare una stecca di Marlboro a prezzi ragionevoli, che ad accompagnarmi in giro per l'isola.

Al ritorno, mentre ci dirigevamo al molo per salire sul nostro dhoni, attorniati da bambini che ci chiedevano una foto, mi ha preso a braccetto. Non diceva niente, aspettando che fossi io ad aprirmi. E io gli ho rovesciato addosso tutte le mie paure, tanto valeva che si denunciasse, se davvero era lui; gli ho detto del mio smarrimento, di come le giornate avessero sempre qualche ora di cui perdevo il conto, gli ho parlato del mio fantasma. Angelo sorrideva, con la solita beatitudine prestampata sul viso. Mi ha lasciata svuotare del tutto e alla fine mi ha detto: "Sai, cara, tutti noi che veniamo in questo posto da soli, in vacanza o per lavorare, ci portiamo dietro un nostro fantasma personale; anche i maldiviani, che vengono su quest'isola a fare i camerieri o gli sguatteri per quattro soldi. Ma non ti preoccupare: dopo pochi giorni il tuo fantasma diventerà così discreto e sottile che non te ne accorgerai più. Garantito, te lo dice Angelo!"

Dopo cena, entrando in camera, sono arrivata fino al comodino prima di accendere la luce. La tenda mancava; al suo posto pendeva un tappeto di foglie di palma intrecciate; un cuore era stato ricamato appendendo fiori rossi ad altezze diverse sulla trama verde. In basso il mio nome segreto era stato aumentato di una lettera: ora si leggeva. ---MAR". Il mio fantasma mi stava appresso come un'ombra e mi parlava per simboli' che solo io potevo capire. Che fare ora? Se avessi aspettato Angelo alla fine della sua serata e gli avessi chiesto di dormire nella mia stanza, mi avrebbe frainteso? No, avevo capito che in quella camera, ormai, non c'era posto per estranei. Tutto si era fatto così vertiginoso e fantastico, e io mi sentivo immersa in un'intimità da cui non potevo separarmi. Nel piccolo frigo c'erano diverse bottigliette di alcolici, che avevo sempre

ignorato. Ne ho aperta una a caso e l'ho bevuta per intero. Dopo un po' mi sentivo più tranquilla, pronta per riposare ed accettare qualunque sogno.

Ecco che adesso ero su un piccolo dhoni che si spostava da solo; la barca mi portava verso il mare aperto, dove l'acqua da verde chiaro si fa improvvisamente azzurra intensa; lì la barriera corallina è un muro verticale che scende a profondità di decine o forse centinaia di metri. La barca si è fermata e io con naturalezza sono scesa in acqua e mi sono immersa. Cercando la mia guida, la grande tartaruga gialla, scendevo sempre più. Finalmente era là, immobile sopra un grande corallo a calice. Senza aspettare si è girata ed è scesa in profondità, volando in acqua come un'aquila maestosa. Tutto era più scuro adesso, e i pesci più grandi e lenti via via che si scendeva. Abbiamo raggiunto il fondo; Angelo, seduto al suo pianoforte bianco, suonava la canzone che porta il mio nome. Ora riconoscevo le sagome di altre persone; tra queste c'era il direttore del Maayafushi Resort. Prima ancora che finisse la canzone, si è avvicinato ad Angelo e gli ha sussurrato qualcosa in un orecchio, indicandomi. Dopo un attimo, finito il pezzo, Angelo mi ha preso in disparte. "Sai, lui è molto contento di averti qui come cliente. Magari fossero tutti persone per bene come te!" Angelo mi portava con sé verso il pianoforte. "Però, sai, comincia ad essere difficile soddisfare le tue richieste così particolari. 1 camerieri e gli inservienti locali sono ben disposti, e hai visto come sono bravi!" Angelo si era seduto ed estraeva dal piano qualche accordo liquido per coprire la sua voce mentre mi parlava con la faccia vicina alla mia.. "Sono contenti delle tue mance generose, e le decorazioni speciali che tu chiedi per la tua stanza te le fanno con tutto il cuore, devi crederci, ma non è proprio possibile che venga utilizzato ogni giorno tutto quel tempo per una sola cliente. Le stanze sono più di cento, e così mi dice il direttore - si resta indietro con i lavori. Ieri non sono neanche riusciti a rastrellare il viale centrale del giardino, guardalo lì, e oggi il direttore si è lamentato." Poco distante, infatti, lo vedevo raccogliere dalla sabbia conchiglie e foglie depositate in fondo al mare. "Scusarni se mi sono permesso di dirtelo io, sai, me l'ha chiesto lui personalmente, Perché sa che tra noi due c'è una certa intimità, almeno, così mi auguro, cara..."

Già non lo sentivo più. La stia voce gorgogliava sonora dal fondo, sempre più lontana. lo avevo preso a seguire la tartaruga, che ora risaliva decisa verso la superficie. E io dietro di lei, fuori dal sogno, verso la luce del giorno e verso la realtà. Una realtà che - ormai lo sentivo ero pronta ad affrontare.