Walk about 2002

2° premio sezione racconti - Alberto Zandonati -  Galimbert

 

Non avremo pace Galimbert!

Perché il dubbio ci resterà appiccicato alla suola delle scarpe. Nonostante le frontiere calpestate e subito dimenticate.

Lo trascineremo con apparente leggerezza; ma non riusciremo a liberarcene.

Neanche partendo da lontano.

Quel dubbio ci avvolgerà di pensieri afosi e stantii. Claustrofobici come un origami che brucia.

Studieremo la storia di quel dubbio, Galimbert!

Sempre la stessa. Anche se scritta in mille modi diversi.

Potrà essere un trattato sulla migrazione delle anitre, un libro di favole del Sud America o una bustina di tè ritrovata nella tasca di un vecchio cappotto.

E allora avremo di nuovo il desiderio di strade. E tragitti, sui quali improvvisare variazioni di centinaia di chilometri. Per cercare di attraversare, assieme ai confini, anche quel dubbio.

E ci ammaleremo, Galimbert!

No, non di infezioni tropicali o di altre banalità da viaggio.

Ma di malattie moderne Galimbert!

Come il morbo del bicchiere di cristallo, per cui ci risveglieremo da sonni profondissimi con le mani indolenzite. O la sindrome da anacronismo, che ci costringerà a portare solo orologi di metallo; o la febbre da vagone di terza classe e i suoi starnuti di melanconia. E per curarle dovremo tornare a vestirci, come tutti, con tonalità di colore tra il pretenzioso e l’arrogante.

Ah! Galimbert!

Ricordo quando anche tu vestivi solo di sottili angosce. E cercavi nel sud della Francia le tombe degli scrittori, per avere qualcosa di più pesante da indossare. E ogni cosa, detta o fatta, anche la più banale e insignificante, era un piccolo testamento. L’ultima volontà di un istante che lasciava in eredità tutto se stesso all’istante successivo.

Eppure lo sapevi, Galimbert!

Sapevi cosa c’era in fondo a quel dubbio che ti aspettava. Anche se ti distraeva l’essere sempre su questo versante dell’eternità. Perché avevi ancora qualcosa da fare… dovevi modellare i tuoi viaggi sull’ampiezza del tuo dubbio.

E così Galimbert, la negazione di un dio ti ha fatto fare il primo giro del mondo.

E poi, convinto dell’esistenza dell’entropia culturale, pensavi bastasse ripetere in continuazione una parola perché questa perdesse significato. Non solo per chi la pronunciava; ma che ne svanisse, alla fine, anche il concetto. Mi ricordo Galimbert, tu su quel palco, e la folla di Santiago che ripetevate assieme :”ODIO ODIO ODIOODIOODIODIODIODIO …” sempre più veloce finchè le lettere non si sono trasformate in suoni senza senso.

Solo le parole, Galimbert!

Forse anche i tuoi dubbi.Perché l’ODIO si è accumulato su quei corpi assieme alla polvere dell’oblio.

E così i tuoi viaggi si sono fatti sempre più brevi e sempre più vicini.

E un altro dubbio, Galimbert! L’amore platonico. A Dublino parlano ancora di te, e di come lo hai “sconfitto” (come concetto, certo!).

Tra Parigi e Berlino hai finalmente capito cos’è Moderno e cosa Contemporaneo.

E tu ti spostavi sempre più vicino con dubbi sempre più banali. Come se il cercare nel piccolo e nell’insignificante portasse più risposte. Anche se ti sarebbero bastate meno domande.

E così è stato sufficiente un giro dell’isolato per capire le tecniche di stampa con caratteri mobili.

Dalla tua camera alla cucina per le istruzioni del frullatore, e dalla camera al bagno per un temperamatite.

Pensavo di trovarti che giravi intorno al letto con un tappo di sughero in mano cercando di intuirne il meccanismo.

E invece la prima cosa che ho visto entrando è stato uno sgabello rovesciato.

E i tuoi piedi che giravano a trenta centimetri da terra, intorno a chissà quale dubbio.

Mentre il mio si era appena trasformato in certezza.