Walk about 2002

1° premio sezione racconti -  Alessandro Genovese - Aironi

 

AIRONI

L’orologio sul cruscotto segna mezzanotte e un quarto.

Devi andare da qualche parte, bello? mi dice lei.

Avverto una nota di ironia nelle sue parole. O forse è soltanto il modo in cui parla, quell’accento slavo che mi ricorda un film visto qualche sera fa in tv. Ci passo ogni giorno in quella strada, per via del lavoro, e ogni volta mi giro a guardarle, spavalde nei loro vestiti provocanti, la pelle scura che luccica al sole di mezzogiorno. Lei non l’avevo mai vista, forse è in Italia da pochi giorni, o forse prima lavorava in un’altra zona. Però l’italiano lo parla bene, sicura.

Abbasso il finestrino e guardo verso la pompa di benzina. Un odore acre e pungente sale dall’asfalto condensandosi in piccole nuvole di vapore. Prendo il pacchetto di sigarette, ne sfilo una e la accendo con l’accendino di radica e argento che mi ha regalato mia moglie per il nostro venticinquesimo anniversario. Me la immagino seduta sul divano, i piedi raccolti sotto le gambe piegate a formare una specie di lettera W, il libro appoggiato sul bracciolo e gli occhi stanchi. Decido che probabilmente a quest’ora è già a letto, e la vedo nel suo pigiama beige di cotone pesante, ruvido e corto alle caviglie.

Soffio il fumo dal finestrino e torno a guardare verso la strada, un deserto nero e lucido e silenzioso segnato da lampioni lunghi e sottili, diritti verso il cielo.

Che c’è bello, non ti va più?

Non lo so, dico io, senza voltarmi. Sento il piede, ancora appoggiato al pedale della frizione, tremare leggermente, e il cuore battermi colpi affrettati in mezzo allo sterno.

Scusami, aggiungo, e mi giro a guardarla. Prima, sulla strada, l’ho caricata così in fretta che ora non ricordo più nemmeno di che colore ha i capelli. Durante il breve tragitto fino al distributore non ho detto una parola, limitandomi ad ascoltare le sue indicazioni, stringate e precise.

Sempre dritto. Rallenta. Ecco, adesso gira qui, a destra.

Sono castani scuri, lisci e tagliati da maschio. Mi è sempre piaciuto questo taglio, lo stesso che portava una mia compagna di liceo di cui era stato innamorato a lungo, senza aver mai trovato il coraggio per dirglielo. Sorrido, e do un tiro alla sigaretta. Sorride anche lei, e nelle piccole rughe incise ai lati degli occhi vedo riflessi i suoi anni.

Il rombo di un tir mi passa accanto violento, ghignante, facendo tremare il finestrino abbassato a metà.

È la prima volta, vero? dice lei, guardandomi. Ha le labbra carnose, appesantite da un rossetto troppo carico, e all’anulare destro porta un piccolo anello con nel mezzo un brillante che scintilla ogni volta che si toglie il ciuffo dalla fronte con un gesto rapido, quasi nevrotico.

Non rispondo. Spengo la sigaretta schiacciandola nel portacenere, porto la mano sulla chiave e quando sto per girarla lei mi si avvicina piano e mi accarezza il ginocchio. Sento una scarica di adrenalina scaldarmi di colpo lo stomaco, e mi irrigidisco sul sedile.

Sì, dico poi, in un sussurro.

Ero sicura. L’ho capito appena ti ho visto.

Da che cosa l’hai capito?

Non lo so. Dalla faccia forse.

Perché che faccia ho, scusa? Adesso mi sento un po’ più tranquillo, il piede ha smesso di tremarmi, ma la bocca è così impastata che prima di parlare devo deglutire.

Non lo so, però ero sicura, risponde lei. E sorride di nuovo, ma questa volta in un modo diverso, più triste.

Forse è meglio che andiamo, le dico, cercando di apparire deciso.

Lei non dice niente. Poi allunga la mano sulla patta dei miei pantaloni, svelta, tira la lampo e infila dentro le dita.

Mi tiro indietro inarcando la schiena.

No. Per favore, no.

Sicuro? chiede lei, il mento già appoggiato sulla lampo aperta, guardandomi da sotto in su, e noto il suo naso un po’ curvo, fiero come quello di una squaw.

Sì. Credo di sì.

L’autogrill è quasi vuoto, a parte qualche reduce del popolo della notte indeciso tra il caffè e il bicchiere della staffa. La tv, incastrata su un trespolo nell’angolo in alto, sopra la vetrina dei panini, trasmette un documentario sulle otarie. Le fisso per un paio di minuti, ipnotizzato da quei corpi lucidi e oblunghi, incuriosito nel vedere la madre aiutare il suo cucciolo a prendere confidenza con l’acqua. Il cucciolo, terrorizzato, sbatte le zampe alla ricerca di un appiglio, finché non riesce, chissà come, a scivolare sulla schiena della madre e a rimanervi miracolosamente aggrappato.

Il barista sta sciacquando alcuni bicchieri, per poi infilarli nel cestello della lavastoviglie.

Tu cosa prendi? le chiedo.

Un cappuccino e una brioche, grazie, risponde lei, senza smettere di fissare le file di cd e videocassette che ricoprono la parete di fronte alla cassa.

Io un bicchiere di latte. Freddo, per favore. E anche un pacchetto di Marlboro morbide.

Allora, dove ti va di andare?

Non lo so. Decidi tu, è meglio, dice lei con un’alzata di spalle. Ora al posto delle otarie c’è un gigantesco serpente che si dimena tra le braccia di un tizio in piedi in una palude. Il tizio, barba lunga e ricciuta e capelli raccolti, tiene fermo il serpente stringendogli la gola, e intanto, con dipinta in faccia un’espressione di felicità assoluta, da bambino sullo scivolo, sorride alla telecamera e spiega che quello è il boa constrictor più pericoloso del mondo.

Ti piacciono gli animali, per caso?

Molto. Specialmente i gatti.

Anche a me, da impazzire, dice lei. I serpenti invece li odio, mi fanno paura.

Pago le consumazioni e usciamo dal locale sotto gli occhi di un cinquantenne stile supergiovane, i pochi capelli lisciati all’indietro sul cranio lucido e la camicia sbottonata fino all’ombelico.

Vacci piano con quella, che ti rovescia come un calzino, ringhia il cinquantenne. Poi scoppia a ridere forte, e quando gli passo accanto sento addosso il suo alito pesante di fumo e di alcool.

Bello stronzo, sibilo, aprendole la porta a vetri.

Sono abituata, tranquillo, risponde lei, e quando siamo fuori fa qualche passo, si gira e alza il dito medio in direzione del bar.

Sei impazzita? Poi è a me che quello spacca la faccia, mica a te…

Non essere così sicuro. Allora hai deciso dove mi porti?

Sì.

E dove?

È una sorpresa, rispondo, e nel dirlo un lampo di eccitazione mi schizza tra le tempie. Mi sento completamente padrone della situazione, libero da ogni vincolo, e sono certo che se il tizio uscisse dal bar urlando e rincorrendomi con aria minacciosa sarei capace di tirargli un pugno.

In macchina, lei mi racconta che viene da Pola, in Istria, e che è in Italia da meno di un anno. Dice che non è la prima volta, che ci era già stata tanti anni fa con sua madre, a trovare un’amica, e che sua madre l’aveva portata a vedere Padova e la chiesa del Santo.

Non posso mai dimenticare tutta quella gente in fila, nella piazza, sotto il sole. Stavano lì e aspettavano di entrare, e poi, dentro, giravano e giravano e non smettevano mai di guardare in alto, il soffritto.

Soffitto, dico io.

Come scusa?

Soffitto, non soffritto. Il soffritto è quello di cipolla, che serve per fare il sugo.

Lei mi guarda senza capire. Poi, poco alla volta, comincia a ridere, e mentre ride piega all’indietro il collo mostrando i denti bianchi e perfetti.

Prendo a ridere anch’io. Alzo il volume dell’autoradio, afferro il volante con entrambe le mani e schiaccio forte sul pedale dell’acceleratore. L’autostrada è completamente sgombra e la città, sulla sinistra, sembra un enorme guscio vuoto, striato di luci lontane.

Le chiedo come mai parla così bene l’italiano, e lei mi spiega che nel suo paese è una cosa normale, per via della guerra prima e del turismo adesso. Dice che non è proprio italiano, ma una dialetto simile a quello che si parla a Trieste.

Non l’ho mai vista Trieste. Però ne ho sentito parlare spesso. Ci viveva un mio vecchio amico, compagno di naja.

Di che?

Del servizio militare.

E non sei mai andato a trovarlo?

No.

Perché?

Perché?

Si, perché. Non era un tuo amico?

Si, ma ora l’ho perso di vista. Non lo vedo da anni, chissà come sta.

Se vuoi saperlo, vai a trovarlo, dice lei, e rimango sorpreso dal tono perentorio della sua voce.

La mia nuova Ford Focus viaggia che è un piacere, silenziosa e affidabile come mi è stata descritta dal giovane e grintoso venditore con cui ho trattato, una di quelle persone che fanno del proprio lavoro una specie di missione, un cammino ininterrotto verso la conquista dell’estasi, suprema forma di felicità. Lui e mio figlio giocavano a calcio nella stessa squadra, categoria esordienti, e quando ieri me lo sono trovato di fronte, in piedi davanti all’entrata dell’autosalone, smagliante nel suo completo beige chiaro, ho stentato a riconoscere quel ragazzino taciturno che entrava in campo sempre per ultimo, la testa bassa e i calzettoni flosci a scoprire i polpacci corti e glabri.

Guardo dritto davanti a me, senza mai distogliere gli occhi dalla bianca striscia nel nero che mi si srotola di fronte, e dopo un po’ mi sembra normale sentire nel sedile accanto la presenza di questa sconosciuta. Lei invece non smette di guardare dal finestrino, ogni tanto si gira indietro di scatto come se si fosse persa qualcosa di fondamentale, un particolare cruciale per il suo futuro scappato via per un niente. Poi torna nella posizione di prima, e intanto continua a mangiarsi le unghie.

Lo faceva anche una mia amica, a scuola, le dico.

Che cosa?

Mangiarsi le unghie. Dicono che sia un segno di insicurezza.

Di che?

Delle persone che non si sentono sicure di sé, che hanno mille paure, capisci?

Sì. E chi non ce l’ha?

Che cosa?

Paura. Tutti ce l’hanno. Posso prendere una sigaretta?

Certo, fai pure.

Il cielo ora non è più così scuro, e all’orizzonte si intravede un bagliore azzurrognolo. Noto con la coda dell’occhio un cartello che dice Ferrara chilometri 52, e decido di rallentare un po’ l’andatura.

Sei sposato? mi chiede lei, di colpo. Erano almeno venti minuti che se ne stava muta, e questa domanda mi arriva dritta da un mondo a cui non pensavo più da ore.

Perché vuoi saperlo?

Così, per capire che tipo sei. Ho visto che non hai l’anello, ma non vuole dire niente.

Sto vivendo - un equilibrio - precario. Sto vivendo - un equilibrio - precario.

La voce di Carmen Consoli riempie l’abitacolo con quel suo timbro sghembo, così difficile da imitare, e provo a ricordarmi la strofa seguente, senza successo. Mi figlia invece conosce tutti i brani a memoria, uno per uno, parola per parola. Chissà come diavolo fa. Quando le ho chiesto se poteva prestarmi il cd ha sgranato gli occhi, stupita. Probabilmente pensava che fossi fermo ai dischi di Celentano, poveretta.

Sì, sono sposato.

Lo sapevo.

Com’è che sai tutto di me?

Perché conosco gli uomini. Sai, col mio lavoro è facile…

Lo immagino.

Manca ancora molto?

Un po’. Perché, sei stanca?

No. Ma ho voglia di arrivare. Mi porti al mare, vero?

Quasi. Perché?

Lo fanno in tanti. Più lontano vanno e meglio è.

Già. Comunque non andiamo proprio al mare.

Comincio ad avere fame, ma non ho nessuna voglia di fermarmi. Le chiedo se le piace questa musica, o se preferirebbe qualcos’altro.

No, è bella. E molto triste, mi risponde lei.

Guardandola, accovacciata dietro un cespuglio un paio di metri sotto il guardrail, penso che sembra proprio una ragazzina, le gambe affusolate e le ginocchia ossute, la testa leggermente piegata in avanti. Io sono in piedi sul ciglio della strada, la sigaretta stretta tra l’indice e il pollice, e non riesco a smettere di osservarla. Quando ha finito si tira su in fretta mutandine e shorts, si dà una sistemata al reggiseno, alza lo sguardo e mi sorride.

Scusami, ma non ce la facevo più.

Nessun problema, è una cosa normale. Lancio lontano il mozzicone della sigaretta che disegna un arco arancione e va a morire nell’erba, vicino a un copertone di camion mezzo strappato.

Quando vedo l’uscita per Rovigo metto la freccia, scalo in quarta, poi in terza e alzo il piede dal pedale dell’acceleratore. Sento la macchina perdere leggermente aderenza, imbocco l’uscita e tiro la curva più che posso, facendo stridere le ruote.

Era una vita che volevo farlo, dico orgoglioso. Ora l’ho fatto.

Arrivati al casello sto per pagare con il bancomat, ma poi ci ripenso. Meglio non lasciare tracce. Allungo una manciata di monete a un uomo con occhiaie profonde fin sotto gli zigomi. L’uomo le afferra con un gesto lento, meccanico, le conta e dice perfetto, grazie.

Grazie a lei. E buon lavoro.

Ora il paesaggio è cambiato, file di case basse scivolano alla mia destra, mentre a sinistra è tutta campagna, ettari di terreno coltivato e una gran puzza di sterco di maiale. Da est sale una larga striscia di luce giallo pallido che si spande sul nero del cielo come un’enorme macchia di colore, e il mondo intorno sembra cambiare di minuto in minuto. In giro, lungo la strada e nei campi, non si vede anima viva.

Spengo la radio, e viaggiamo così, in silenzio, per un tempo che mi sembra infinito. Le prime voci dei passeri si levano una ad una e poi tutte insieme, fino a dar vita a un cinguettio costante e armonioso.

Sei mai stata da queste parti? le chiedo, girandomi a guardarla.

No, non credo, risponde lei. Dove siamo?

Nel Polesine, tra Ferrara e Rovigo. Quello è il fiume Po, lo vedi?

Dove?

Ma lì, in basso a sinistra! È il fiume più grande d’Italia, lo sapevi?

No.

Io l’ho visto centinaia di volte.

Come mai?

Mia madre è nata da queste parti, e d’estate venivamo sempre a trovare la nonna. Ci fermavamo da luglio a settembre, e io mi divertivo a esplorare i canali con mio cugino, mentre le zanzare ci divoravano le caviglie. Però mi piaceva da pazzi. Ogni tanto un amico di mia madre veniva a prenderci e si andava con la barca, e lui ci diceva i nomi di tutti gli uccelli e ci raccontava di quando, da ragazzo, tutto il paese era stato evacuato per l’alluvione.

Era stato cosa? chiede lei, con una smorfia.

Evacuato. Vuol dire che tutti gli abitanti avevano dovuto lasciare le loro case perché era piovuto troppo, il fiume aveva rotto gli argini e l’acqua aveva invaso tutto il paese.

Che brutto, dice lei. Anche tua nonna?

Certo, tutti quanti.

E poi?

Poi aspettavano che smettesse di piovere, e una volta smesso passavano i giorni a raccogliere l’acqua con secchi e altre cose e ad asciugare tutto quanto, finché non rientravano nelle loro case. Tante però erano state distrutte dal fiume, e così dovevano ricostruirle o trovarne di nuove.

Anche la casa di tua madre?

No, quella no. Quella ha sempre resistito. Non chiedermi come.

Arriviamo a Mesola che ormai è giorno. Entriamo in paese e facciamo un giro dentro la piazza, senza scendere dall’auto. Poi imbocchiamo una viuzza stretta, e quando siamo lungo l’argine proseguiamo per una decina di chilometri finché non sbuchiamo su un ponte, in mezzo ai canali.

La laguna, piatta e lucente, si stende di fronte a noi, e centinaia di uccelli, ammassati su una lingua di terra accanto ai canneti, osservano immobili il rapido, inesorabile e certo svanire del buio, quasi ostentando la sicurezza di chi vive l’alternarsi del giorno e della notte come un fatto ineluttabile e destinato a ripetersi in eterno.

Scendo dalla macchina, chiudo la portiera e corro ad aprire quella di lei, e mentre la guardo poggiare incerta i piedi a terra, per la prima volta da quando l’ho vista me la immagino nuda, bianca e liscia, e provo vergogna.

Qui è bellissimo, dice lei, e si avvicina al bordo del ponte.

Attenta a non cadere. Una volta qui si poteva fare il bagno, ma ora è meglio non correre rischi. Potresti prenderti qualche malattia.

Lei sembra non aver sentito, stordita da quell’esplosione di natura dopo chilometri di asfalto. Si leva le scarpe, se le appoggia accanto e si accovaccia sul legno umido. Poi sporge i piedi e li lascia dondolare nel vuoto, finalmente liberi.

Uno stormo di gabbiani si alza di colpo in volo, trafiggendo il silenzio con lo sbattere delle ali, lasciando un vuoto nella radura in cui fino a un momento fa erano appollaiati. Nel giro di qualche secondo altri uccelli li seguono, e poi altri ancora, quasi che quel primo gruppo abbia lanciato un segnale a tutti gli altri, secondo un codice prestabilito impresso nei loro geni, e ora il cielo è macchiato da una nube bianca e urlante, festosa. Soltanto gli aironi decidono che è ancora troppo presto e rimangono immobili, ritti su una zampa sola, con i becchi affondati fra le piume, grigie figure allineate l’una accanto all’altra come monaci incappucciati in preghiera.

L’acqua, nera e limacciosa, è increspata da un vento leggero, e ogni tanto si apre qua e là in un piccolo gorgo, per poi richiudersi in cerchi concentrici.

Qui è bellissimo, ripete lei, e alza gli occhi verso di me.

Un airone rosso sbuca dai canneti, percorre una ventina di metri sul pelo dell’acqua, si posa sulla cima di un palo di legno e si mette a fissarci.

Perché non ti siedi anche tu?

Mi siedo al suo fianco. Ora siamo più vicini che mai, e io guardo il suo fiato condensarsi in una nuvola e sparire nell’aria frizzante dell’alba, il suo seno alzarsi e abbassarsi al ritmo lento del respiro. Le prendo la mano. Intreccio le sue dita nelle mie e rimaniamo così, immobili, a guardare l’immenso che abbiamo di fronte, come due sfollati che dopo un terremoto non sanno staccare gli occhi dalla loro casa ridotta in macerie.