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Walk about 2002 |
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Segnalato sezione racconti Andrea Perazzoli - Sono nato in una casa di campagna nella provincia di Bolivar |
Sono nato in una casa di campagna nella provincia di Bolivar il 15 febbraio 1917. La data sul mio passaporto è però il giorno 22 perché, essendo il tempo della raccolta del grano, solo alcuni giorni più tardi mio padre potè andare all’anagrafe della città, che distava due ore a cavallo.
Le mie balie furono Robledo e Cordoba, due affecionados che mi insegnarono anche la lingua e il gergo del posto. Il primo con baffi sottili ed un cappello rosso scolorito, l’altro con un lungo poncho a righe, allegri, pronti allo scherzo, alle battute e alle parolacce.
Nelle silenziose giornate d’inverno mi raccontavano le loro avventure di caccia, i caroselli sfrenati per spingere gli struzzi nella trappola. Rifacevano i richiami gutturali, le grida e il movimento con cui lanciavano le boleadoras per immobilizzare le zampe degli animali e infine il lancio del lazo per prenderli. A quel punto ero triste per i poveri struzzi, ma i gauchos mi spiegavano con fragorose risate che strappavano loro solo le piume e poi li liberavano nudi e urlanti.
La storia preferita di Cordoba era la cattura dei condor, volatili furbi e violenti che stanno in agguato ore ed ore e poi piombano sulla preda, di solito un vitello che si è allontanato dal branco. Mi spaventava a morte con l’immagine dei feroci uccelli dal colletto bianco che strappano gli occhi al vitellino per impedirgli di scappare, poi la lingua per non farlo muggire e infine con una fame insaziabile lo vuotano come un sacco e lo lasciano solo quando è ridotto ad un mucchio di ossa.
Io cavalcavo nella pampa con i miei eroi e con loro aspettavo pazientemente a cavallo l’arrivo di condor attirati dall’odore del sangue di un animale ucciso e scuoiato. Scendevano a decine dalle Ande e mangiavano avidamente, tanto da appesantirsi e da non riuscire più a levarsi facilmente in volo. Era allora il momento di
catturarli con i lazos o di ucciderli direttamente a colpi di bastone evitando i loro micidiali artigli, coi quali cercavano di spezzare le gambe dei cavalli.
Sapevano tante altre storie fantastiche, di animali, di viaggi in sconfinati mari d’erba con l’insidia della sete e di antiche usanze
rimaste immutate nel tempo.
Diventati più vecchi, avevano lasciato la loro vita libera e solitaria e vivevano nella estancia come parte preziosa della nostra famiglia.
Mano a mano che crescevo, l’immagine di mio padre a cavallo con il frustino, la distesa del grano, le grandi macchine per la trebbiatura e il rumore di tanti grilli e cicale entravano nei miei ricordi.
In questo mondo magico e felice il progetto del nostro grande viaggio di ritorno evocava un senso d’inquietudine e paura.
Sempre più spesso però sentivo parlare del treno, del piroscafo, dell’oceano e di una grande casa con una nonna che ci aspettava sulla porta.
Gli occhi di mio padre brillavano di emozione, ma mentre raccontava io scappavo fuori e mi sdraiavo a terra nella notte tiepida con gli occhi sbarrati sotto migliaia di stelle.
Lasciare il calore della campagna, la sua grande luce, i suoi colori e i nostri giochi con i cuccioli e il cavallino per un mondo sconosciuto dove c’erano la neve e le montagne. Sul viso buono di mia madre, abituata a cavalcare nei grandi spazi della pampa, compariva un’espressione triste; giganti scuri tanto vicini da sembrare caderti addosso si sostituivano alla distesa dorata del grano, al confine lontano con il cielo azzurro chiaro.
Mio fratello maggiore, che andava ogni giorno alla grande vasca d’acqua per controllare se vi fossero caduti gli agnelli o le pecore,
sul dorso di una cavalla cieca, chiedeva se anche lei sarebbe venuta con noi. Io ero il più piccolo di casa. Era difficile per noi immaginare una vita diversa.
Il momento della partenza si avvicinava. Mio padre raccontava sempre più spesso il suo viaggio avventuroso di emigrante in Argentina, l’arrivo a Buenos Aires, il suo primo lavoro alla Boca. Allora anche mia madre una sera ci parlò dei suoi genitori, di quando partirono da un piccolo paese dell’Abruzzo e camminarono cinque giorni per l’antico tratturo per imbarcarsi a Napoli dopo aver venduto le loro poche cose.
Si parlavano dei loro ricordi, piangevano e sognavano.
Il nostro viaggio sarebbe stata una fantastica avventura attraverso l’Oceano Atlantico con i miei genitori, i miei due fratelli maggiori e tanti bauli con tutte le nostre cose. La grande nave si sarebbe fermata nelle isole tropicali dove c’erano frutti buonissimi, farfalle, fiori, bambole e pappagalli colorati che avremmo potuto comprare e portare con noi.
Era il mese di maggio quando arrivammo in Italia; io avevo otto anni.
La nonna era proprio sotto l’arco della porta di una vecchia casa ad aspettarci con altri parenti.
C’era il sole anche qui e le montagne non mi fecero paura; c’erano anche tanti bambini come non ne avevo mai visti, ma subito si misero a tirarmi la giacca e a rubarmi il berretto per sentire come parlavo.
Di questo grande viaggio, che fu l’unico della mia vita, ricordo solo i due pappagalli parlanti che portammo in una gabbia e che vissero per poco tempo nella nostra cucina scura assieme a un sentimento di solitudine e nostalgia che ancora adesso non mi abbandona.
BOLIVAR