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Walk about 2002 |
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3° premio sezione racconti - Luca de Feo - Astron Zoo |
Astron zoo!
- bestie nello spazio -
“Papà, no, ti prego, non mi abbandonare.”
“Coraggio, non temere.”
“Papà, senza di te non vado avanti.”
“Sarò sempre con te.”
Ma Piero sentiva la sua mano sempre più debole.
“Stammi vicino.”
“Fatti forza figliolo, sono sicuro, ce la farai.”
“Papà, rimani con me.”
“Non frignare bocia, pedala, guarda avanti, bada al manubrio e taci!”
Pierino aveva imparato ad andare in bici.
Da allora due cose non sopportava: la tecnologia e i viaggi.
Ci pensava ancora adesso, mentre cercava l’ombelico sulla plancia dell’astronave. Neanche salirvi era stato facile. Sulla rampa di lancio una vocina da cassa rurale lo aveva fermato: “Si prega di lasciare fuori gli oggetti metallici.”
Ma come si fa ad abbandonare un cuore d’oro?
Bisognava scappare. Il clima, lo strudel, i pooh, nulla era più come una volta. Poco ancora e sarebbe stato il diluvio.
Finché tra le palme, sul Brenta, spuntò una barca. Ma corta: la chiamarono arca. Il re ordinò di verniciarla. C’era da mettere in salvo gli animali. E gli imbucati. Così sull’arca montarono, tutti in fila: microcip e ciop, monitor e monivacca, il mandarancio, la pescanoce, il presidenteoperaio, il gusto puffo e la coppetta.
Per ultima arrivò la chiocciola, col suo fedele puntoit.
La coppia di umani invece fu sorteggiata.
Toccò proprio al re, sua eccellenza Guardacaso I, e sua moglie Micafessledi, tanto buona che poco prima era stata vista offrire caramelle al bimbo bendato.
Partivano. Alla volta di un paese lontano. Il pianeta dei manziani, certi vecchietti devoti della dea gnocca. Vivevano di ricordi e marzemino, li governava il re di bastoni.
Il posto stava tra Amsterdam, l’infanzia e Tione: ci passano tutti ma nessuno ricorda mai niente.
Perciò che c’era un problema: le cartine. Troppo poche. E le piantine? Ardevano, appunto, dentro le cartine. Che aroma. A bordo già si viaggiava: di partire non importava a nessuno. O quasi.
“Dai manziani? Conosco la strada: ho anni d’esperienza come autistico a Man!” Si fece avanti Piero. A Man, Piero c’era cresciuto. Sul cornicione della clinica, in punta di piedi. Lui e quella fissa di volare.
Da lì in cima ne aveva viste di cose. Indicava dritto. Al di là di Nago. Giù giù, diceva, dove i monti si aprono e nel Garda i pesci non tacciono in tedesco, dove i panni alle finestre non hanno la brina, dove non arrivano i contributi ma ci sono meno suicidi, vi giuro, c’è un’altra valle. Ma sì, grande, grandissima. Come la Valsugana? Quasi.
“Mondo”, la chiamano.
Quando gli concesse un’udienza il re lo ascoltò con attenzione. Poi scandì poche parole. “Fatti un tiro, fratello”.
Nei concorsi le parentele servono. Piero fu promosso tranviere. Ed ora eccolo, alla guida dell’ultimo modello di arca: un’astronave che faceva da Marte a Zobia, casello - casello in tre anni luce. Spenta. Accesa. Spenta. Spenta. Accesa. (Ok, in effetti forse la freccia non andava ma su bazar di astronavi a quel prezzo proprio non se ne trovano).
Intanto a bordo il re si era già fumato tutto l’atlante. Roba buona, senza effetti collaterali. Anzi uno.
Poco dopo sul suo trono di ceramica, il re rifletteva. Colle brache calate e un cartone in mano indagava: “Chi ha finito il rotolo???" mortacci vos…”
“ALT!”
L’astronave frenò. Da un CD volante scesero due agenti atmosferici; parevano sereni. Assomigliavano agli abitanti di Urano, quei terroni vicini al sole, invece erano ladini, gente strana, con la mania di parlare in rima. Chi diceva che il loro capo fosse un drago, chi un ciclope, chi peggio: una donna. Per tutti, comunque, La Dina.
Dietro di loro il confine. In mezzo, la dogana, con una sbarra. Piero la fissò. Quella sbarra aveva un’unghia, e calli. Quasi un alluce. Col telescopio risalì lungo la caviglia, la coscia, le spalle.
Era un miraggio. Era un corpo celeste.
Era la Dina.
“Ehi, non ci sente? Le ho detto favorisca la patente!” gli intimò lei in rima baciata.
“L’ho gettata in un vulcano, le posso chiedere la mano?” si adeguò poetico Piero.
Questa galanteria suonò sospetta: “Ehi, pedestre, non sarai mica un terrestre?”
“Cara, ti stai sbagliando, sono solo un solandro” rispose lui porgendole uno skipass. Poi si fece audace “ora che ho scoperto le carte, dimmi bellezza, c’è vita su Marte?”
“Guarda, meno di quello che si spera, giusto un po’, il sabato sera.”
“Allora di partire non mi pento, visto che è quasi peggio di Trento.”
La Dina chiese affascinata: “Senta straniero, ho una sola brama, sapere come si chiama.”
“Come vuole se a chiamarmi è lei, di che segno sei? ”
Piero sudava. “Io pergine; e lei, mi dica, è ascendente fica?”
Si udì un tuono; dal piano di sopra cadde una secchiata d’acqua. Era l’autore del racconto. “La intimo signor tonto a non usare parolacce in questo racconto; le faccio inoltre notare che lei proprio non sa guidare”.
Piero starnutì. “Signor scrittore, non faccia il fesso, in che posto ci ha messo? Qui è sempre peggio: in tutto l’universo non si trova più un parcheggio!”
L’autore, che da grande voleva fare il presidente della provincia, replicò “Riguardo allo spinoso problema di cui mi fate menzione ho già previsto una commissione che mi ha comunicato che l’universo è in espansione”.
A Piero bastò. Mise un mestolo fuori dal finestrino e lo offrì all’autore: “Gradisce un po’ di via lattèa?”
“No, mi fa diarrea!” rispose per le rime il letterato.
L’astronave ripartì a razzo.
La regina trovò il re che spiava fuori dall’oblò. “Cosa guardi ancora?” chiese al re che ammirava il popò della Dina in lontananza “Niente cara, fantascienza”.
L’indomani la Dina salì a bordo. Lei e Piero volavano vicini e leggeri; parevano Ala e d Avio. Se il motore andava fuori giri lui le chiedeva: “Cara, desideri che cambio?” “No tesoro, mi piaci così”.
Uno gnomo comparve offrendo dei boccioli.
“Rose?” chiese tenero Piero. “No, finferli. Gradisce signora?” la Dina annuì. Piero già si vedeva per sempre con lei.
Lui tornava da lavoro di mattina presto: faceva il saturno di notte. La sera vedevano la tv sul satellite, finché un giorno lei portava un divano; la vista non era la stessa, ma montarci su era molto più facile. Erano amici di un cuoco: la sera mangiavano a u.f.o. Con i risparmi compravano un cellulare e la domenica andavano ad ascoltare la banda larga, un complesso di solisti obesi. Su quelle note danzavano al tempo dell’algo ritmo.
A fine serata lei gli sussurrava “caro, ozono” e andavano a dormire.
Forse col tempo la passione sarebbe calata. Niente paura. Prendevano un attico in centro, in Via-gra. Un bel giorno lui le indicava un’eclisse e lei in controluce gli spiegava che era solo incinta.
Un sogno.
Piero si svegliò di colpo. L’astronave aveva urtato una stella cometa. A bordo erano tutti agitati. La Dina continuava a scusarsi col padrone del presepe. Dallo spavento gli era saltata in braccio. Lui la perdonava, mentre la rivestiva. Piero era disorientato. Mai quanto i Re magi. Il re offrì loro una cicca, poi li mandò a quel paese. Si allontanarono regali, verso Mezzocorona.
Da allora molte cose sono cambiate.
La Dina è scappata con Gardolo, un nano salito clandestino sull’arca. Non aveva il permesso di soggiorno e così si era sistemato in camera da letto. Orbitano attorno alla luna di miele. Lui la tratta come una regina: a volte la chiama “altezza”. Stanno sempre insieme. Lei lo porta dappertutto: al cinema, in discoteca, in tasca.
Piero invece non si trova.
E’ rimontato in bici, ma non si fida più di nessuno. Dove sia adesso non si sa. Ha lasciato detto che andava a Zonzo. Ripeteva che lì c’era già stato, che aveva esperienza.
Magari ha fatto strada. Ieri è arrivata una cartolina: lui sull’orlo di un buco nero, in punta di piedi, che saluta.
Data astrale 12.11.2002
Casa di cura di Man.
“Non avremo esagerato con le iniezioni?” S’informò il primario.
“Ma no, le dico che è la solita dose.” Rispose l’infermiere.
“deve essere la “fantasia”, è rara, ma non si può curare”.
Di nascosto, dentro una camicia stretta stretta, Piero borbotta:
“E’ tutto vero”.
LDF