Walk about 2002

Segnalata sezione racconti - Roberta Guarinoni -  Inizia dove non si vede

 

- Inizia dove non si vede - All’ombra di un kippà, transito

“Yoshev al hagader, reghel po', reghel sham, yoshev al hagader, besseder im kullam”

Seduto sul recinto (ma anche, in ebraico,"confine"), un piede di qua, e l'altro di la', seduto sul recinto, vado d'accordo con tutti

A chi è normalmente diverso, a chi è normale diversamente

Miele in asfalto, si appartengono, ma non si toccano.

Storie. Nel Paese delle Meraviglie.

“Come faccio ad entrare?” ripetè a voce alta.(…)

“Come faccio ad entrare?” chiese di nuovo Alice,

più forte(…). Aprì la porta ed entrò.

“Una strada che porta al mare” scrissi, retro d’un pensiero.

“Una cella del mio cuore si sta ammutinando.

Credo la seguirò”. Pa-ro-le. Accadono, continuamente.

Masticando mandorle amare e gemme di tiglio, le guardo.

Solerti, grappoli aperti, peli su pube di bambina, api,

a raccogliere a coppa un’estate sul finire.

Iter per intuizione d’istinto, nemmeno di carne, ma d’anima e succhi nettare: unire i punti d’ un disegno, alla fine solo capirne il senso. Mentre l’ultimo sole d’un balcone esala asfalto decido e salto; tutto, risolto in un biglietto. Miele più che posso, è a te che vengo, fragile, labbra morbide in sospiro d’onde.

Stretto in seno, il tuo nome: Uomo.

* * *

Cambia il tempo e il tempo cambia.

“Volami nel cuore”, m’ hai spedito una canzone in mese di dolore. Lucciole su palme notte, al buio d’una stanza tappezzata di stelle; “per non perdere l’angelo che si nasconde”, dicesti. “Mani che parlano”, risposi, “api, di maestrale”.

Pori come nascere, vergine calice tra sedili di velluto oscillanti in fondo, un pullman ci trasporta. Sfioro delicatezza, vernice fresca tra le dita: “FORA SOS ITALIANOS”(fuori gli italiani). “Sardo sei”, a Milano.

* * *

M’ ha detto: “posso farti un complimento?” “Sì” ho risposto.

“Pelle di bambina”. Tunisia vacanza, Tunisia lingua morbida, Tunisia intima, magìa scivola complimento, olio di cocco al gelsomino massaggio: gambero a ritroso d’infanzie straccio per andare oltre; al cavo d’ un telefono anaerobico, a notte fonda, mani che tremano confesso. Passo. Appicco poesia alla porta.

“Te la dedico. E’ mia”. “Se vuoi entrare bussa, basta una volta”. “Mi chiamo Alice.” “Principessa”. Non è solo pelle; pozzo, a pelo dell’acqua moltiplico stelle, giorno annego nel profondo. Chiudo gli occhi. In riva ad un momento penso.

“Ti vedo-ti sento-so chi sei”, scavo criterio a galla d’un incontro superficie ricordo; la cosa più semplice: correrti incontro sentire-cavallo, tanto ci vorrei salire quanto temo di cadere. Djerba. “Mussitta (micetta in sardo)…siamo in terra straniera”, mi disorientasti tenero, ti sorrisi acerbo. Terra di naufragio, terra di fortuna; terra di sirena sei, per me, ti riconosco a tatto; terra nuova di raccolto, fiuto, a cercare cosa manca e brucio incenso di falena femmina alla lampadina, sola destinazione continua. Clandestina, piede poco oltre il limite mi ritrovo. Sempre. Inizia con una stretta e finisce con un addio, allo stesso modo, il nostro: binari convenzionali stazione “desideri”, t’incontro. Temo di tradirci. Muto, che trapeli per gioco d’intuito.Ogni tanto lo sfido, per questo. Perdo, frequente continuo.

M

O

N

D

PERCORSOSREVNI

B

U

R

Mondo-rubo-percorso-inverso. Palindromo-denso, in croce senso. Quattro cubo senza inizio.

* * *

Un passo indietro e si riparte. Milano-salotto: a volte giri uno sciopero e ci sbatti contro secco, ecco, “VARIANTE VIAGGIO”.

“Il confine” cerco, “non esiste”. Tatuaggio corpo.

“Attraverso simile nasco diverso”, recinto d’anime: ses-so.

La verità tràns-ita transiènte-transeunte; ci pesto dentro, olio-cado-caldo-petrolio, friggo.

Transustanziazione.

Siamo di passaggio. È quello che faccio.

Sorseggio pretesto allo specchio. Sperimento perimetro.

Ne programmo un grammo e striscio in via.

Esco. Gente d’un altrove da bere, mi fa trasparente, non più asse, niente, cristallo al confronto. “Maschera confondo”.

Sensazione inedita accarezzo. Incertezze strascico.

Tu. Tempo d’uno sguardo e respiri come fosse l’ultimo.

“Angelo, trasudi anima e non tollero!”, mi rendo conto, scarto dubbio e t’accerchio in braccio.

Prigioniero di rivalsa mi propongo.

“Tappa il barattolo”, “fammi un buco dentro”, sentieri in cortile d’adolescente mi regali, fantasia nuda, a bruciare la vergogna, studi, la prima volta.

Antiopa, scaglia dopo scaglia rigetti aura: “dermatite”, mi insegni. Inossidabile illudo speranza.

Scatto istantanea prima di dormire; bagnato in bozzolo ti occupo.

Bastarti.

Vorrei.

Ti vestirò di spirito.

Geme cinese la notte di partire, eco gomma in gola muffa, a penetrare lo squallore albergo.

“Ideale”, si fa chiamare a stento.

Colgo giardino in sonno, decadenza fa grigia, macchia di vecchia, ala spezzata; sfumature di rosa antica rubo al terremoto, cocci aguzzi di passato, a Milano, e riparto.

Cielo-cemento, volo.

* * *

Vento scirocco, porto la sabbia nel cuore, anche a chilometri di distanza, e quando la tocco piango.

“Casa”, dolce; sale nel sale le corro incontro. Piogge improbabili accarezzo, vaporo desiderio. Perplesso tu, in fronte d’isole. “Bahìr, si dice qui”, scandisco “Ma-re”.

Gettiamo abiti a scoprire lutti, estranei.

Quotidie: le quattro spine di Milano, (reliquie della corona di Xsto, sotto al Duomo) cercare di toglierle in un colpo solo, tu, mani api: schegge di bottiglia da un tallone bimba sulla strada che porta al mare. Vorrei.

“Perché te ne vai in giro scalza?” interrogativo-domada.

Cerco appiglio, sorgente-sicurezza, uscita d’emergenza:

getto àncora d’ansia, che ti tolga il rispetto d’una vita.

Colleziono fiato e te lo premo in volto.

Vento scirocco, brucio; a manciate di deserto.

Leggi il cartello: “EL ALAMEIN” (la forza del deserto) c’è scritto, e continua “INIZIA DOVE NON SI VEDE”, “SEGUE MAESTRALE”.

Soffio di non poterlo dire, di non poter esprimere.

Manifesto contro “Amore”, di non poterlo urlare, di non poter fermare strade, treni in corsa, navi in delirio.

“Terra di nessuno!”, ti chiamo, “Palestina! Terra promessa, terra che non esiste, senza voce niente; non morirò per te”.

Abisso, s’ogni centimetro carico, parole a ossigeno e colpisco.

“Alzati, vigliacco!” “Esci allo scoperto” lo penso; non faccio a tempo. Muori in un lampo. Forse mi pento, “se…”, nostalgia condizionale-passato d’ “odio”.

Non ti conosco che al mattino, che lontano, e non ti vedo, spesso, allora “TU, MIO”, libro ti leggo.

“Una lite fa crescere”, t’ illumino dolore, grata che ci sia posto.

“Shalòm” (pace) il saluto più bello.

Fallo, dimentico ogni volta, incompatibilmente compatibili, complementari dislivelli artificiali.

Ci scopriamo deboli.

Conchiglie rifletto al faro, non le accosto.

Possedere ogni dettaglio, rubare vene al tramonto, ma non è mai lo stesso sulla tela poi; in reti d’occhi m’impiglio e conto segni attorno: passato, futuro, presente-adesso “mi perdo”,

rena umida in ginocchio.

“Ti prego”, pianto scarafaggio, unghie affondo in nidi di dubbio e pareti d’ossessioni; al guinzaglio arranco.

“Sei libera, Occhi di gabbiano”.

Miele in asfalto, trovato e perso. “Uàdi”, letto asciutto.

* * *

Incido fiume di cuore, e lungo le anse ti raccolgo, giorno dopo il giorno, che offri dinari a donna che regala pane di terra:

ti ritrovo attraverso un gesto, dente che morde vetro.

Sai di grano, sai, intenso. Sorriso di sinagoga, decidono il tuo sesso a Guellàla, ancora, circoncidono miracolo, a me un velo a te l’eterno, Cuore di Uomo. All’ombra d’un kippà (piccolo cappellino del praticante maschio) transito, “affinché il lercio dei pensieri non raggiunga Dio”. Pan di zucchero, ti spio, fachiro d’imbarazzo orgoglio: “i ka nyì tan!” ti grido dentro, (in lingua mali, “stai bene così, non ti muovere”, prima di scattare), “i ka nyì tan!” Mi volto, e sei scomparso indomito (“oknuling”). Fermare il tempo, seminare quel raccolto. Vorrei. Gusto carne accanto, occhi al finestrino, è lusso.

Altri ti riconoscono, ma poi si pentono, indietro tornano.

Non voglio. Pazienza di cammello, aspetto la luna per riempirti di silenzio, per sussurrarti il nome tuo ch’ hai scelto; me lo ricama un ragazzo Occhi di Dattero. Lo compro, subito.

Il tuo nome, è Altro.

Pellegrino attraverso la Mecca in cerca, Viaggio.

“Credi in Dio?” d’ improvviso secca, luci d’albergo in festa.

“Non posso. Non mi accetta”.

Kaaba mi aspetta, pietra nera di concetto, entro e mi specchia. La tocco. Ti tocco. Mi tocca.

Riccio desiderio, te ne discosti all’esterno, riarsa, si crepa voglia allora.

* * *

Tremi, una sera di paura dimensione partenza.

“Scaldami l’anima”, mi dicesti allora, “narrami una storia, Mano di Fatima”, “una tra mille scritta”.

Allora mi accosto e ti rimbocco il lenzuolo, piccolo “anawin” (cucciolo di Jawè, bambino) poi lascio che mi tocchi e inizio la storia del cuscino “alf laila wa laila”, mille e una notte ali di broccato spiego e ti racconto piano d’un uomo e di una donna vuoti anche d’ombra, ormai, in riva d’Africa.

D’una voce sulla lama della notte, al limite d’anime oltre, inevitabile, semplicemente, d’una bellezza insostenibile,

che lei beve, da cui si nutre, si fa possedere; salvare anche, infine; dalla corrente.

Di questa donna più forte ora, che si rialza e ride, ride,

senza pudore fragore cascata schiuma libera e l’abbandona, sicura ormai d’esistenza d’anima, vera.

“Ad occhi chiusi”, s’ intitola. “Inizia dove non si vede”.

Non arrivo a dirlo che già dormi.