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Walk about 2002 |
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Segnalata sezione racconti - Sara Zanatta- Fotogrammi da una prima |
me lo rigiro un po' tra le mani questo venti maggio millenovecentonovantuno
appoggio la mia tazza di caffè lungo e bollente sullo stesso tavolo in cui sta appoggiata la scatola delle mie superga rosa confetto, incrocio i piedi e li ficco sotto le gambe a fare le fusa, annodo i capelli in un cespuglietto confuso dietro la nuca
millelire
che sanno ancora di fiordilatte e stracciatella
e delle pareti spoglie della Fata Turchina
di una di quelle sere in cui uscivo a piedi con mamma e in mano a lei attraversavo lo stradone (per quanto ONE possa essere una via in un paesino di cinquemila anime) e sbucavo attraverso una stradina (quella veramente INA) in una piazzola improvvisata a santuario, con un piccolo tavolo, altare per una madonna di ceramica e per dei fiori sbiaditi in un vasetto della marmellata santa rosa... andavamo a dire il rosario, tutte le sere del mese di maggio alle 20.30
mi scioglievo dal premuroso laccio materno e mi accodavo ai volti coetanei coi quali avevo scorazzato nei vigneti e infangato i miei stivali rossi a ridosso del Giavera
toccava a noi, a turno, recitare i misteri: a me piacevano, per una questione di sonorità forse, i gaudiosi, quelli del lunedì e del giovedì: mi sceglievo sempre il secondo, la visita di Maria alla cugina Elisabetta
suor beatrice e le vecchiarelle sulle panche di legno a testa china snocciolavano i loro cinquanta grani madreperlati, le nostre mamme stavano in piedi e pregavano con la bocca (e col cuore) mentre con gli occhi stavano prensili sulle nostre figure, noi bisbigliavamo occhiate complici e gomitate cameratesche, soffocavamo il riso fino all'atteso segno della croce quando rompevamo le righe e disperdevamo i nostri piedi tra il chiacchiericcio di naftalinici tabarri
a quel punto anch'io spesso me ne tornavo a casa perché papà mi voleva all’altro capo del tavolo per la cena oppure perché i compiti, spettatori della mia disorganizzazione e delle mie reiterate pause merenda, non erano ancora finiti
ma quella sera me la ricordo perché mi parcheggiai con gli altri alla Fata Turchina, snodo dei tre anni di medie e del ginnasio, incantata cronista del nostro crescere, che cullava i sogni del trascinamento adolescenziale… di noi
noi che eravamo la fra, compagna di banco dal momento in cui ricordo di essere stata seduta su un banco, martina, più grande di un anno entrata nel trio per via dei corsi estivi di nuoto, bruce, il grosso bruce, il buon bruce, quello che quando m'ero slogata la caviglia durante le prove del balletto di fine anno mi aveva riaccompagnato a casa in spalla, quello a cui passavo i compiti di mate e francese, pluribocciato, pluriproblematico, per tutti un violento, per me e gli altri “orso bruce”, giacomo, il cugino della marty, arrivato in paese solo da un anno, costretto ad abituarsi (pena la non-integrazione nel gruppo) ai nostri modi schietti, ai nostri giochi poco cittadini, alle nostre camicie da mercato rionale, e marco, il mio amico marco, quello che chiamavo disperata per risolvere i problemi di geometria, quello che mi capitava a casa dopo l'allenamento di pallone e mi sfondava il frigo, quello con cui finivo a parolacce causa la sua insensibilità di trattarle (loro, le donne… io stavo in un terreno neutralmente asessuato dal quale mi ergevo a paladina del genere) come trofei di battaglia, lui che per tutta risposta ogni lunedì pomeriggio dopo la caccia della domenica in disco aggiungeva divertito nomi e particolari alla lista delle fortunate
la nostra fata turchina invece era Palma, un individuo di sesso femminile e di forma sferica, dai modi burberi e affrettati, Palmona dalla voce stridula e stridente col resto, Palmona senza età che esibiva orgogliosa e autoironica una sesta abbondante. Io Palmona la conoscevo da quando andavo alla scuola materna e nonno veniva a prendermi, mi caricava sul tubo arrugginito della sua bici e pedalava fino alla curva dov'era il bar della palma, "saluto i miei amici, te lo vuoi un gelato?" accennavo il mio goloso sì "ma non ce lo dire nè a mamma nè a nonna... è un segreto puzzetta, mio e tuo" consumavamo avidi, io il mio gelato, lui il suo grappino e due vietatissime sigarette, ci spartivamo un pacchetto di morositas e filavamo via
"Ciao Palmira – a furia di andare in quel bar ci eravamo permessi di darle un nomignolo tutto nostro e lei lo accettava di buon grado- me lo fai un gelato?"
"Ciao cea pronti qua" afferrava il cono, ci arrotolava una salvietta e ci schiacciava una pallina di stracciatella e una di fiordilatte; gli altri mi seguivano a ruota con coche, patatine, e un paio di gettoni per il calcetto... sfida maschi contro femmine (chiaro!): noi perdevamo sempre e clamorosamente, perché il menar quelle manopoline era in realtà un’attività d’accompagnamento ai nostri spettegolii, insopportabili ma quanto mai indispensabili perché mettendo insieme i pezzi del puzzle che ognuna possedeva riuscivamo a farci un quadro abbastanza completo delle classi d'età vicine alla nostra. Poi ci avvicinavamo sornioni alla palma intenta a domare qualche vecchio impertinente d'alcool, le passavamo un paio di cassettine riassuntive delle nostre preferenze sonore, lei azionava il registratore e ci regalava due coche
ce le smezzavamo seduti a un tavolo… e parlavamo, semplicemente
ci tiravamo le linguette della coca, i brandelli delle salviettine, imitavamo la Cavallai e la iena ridens di diritto, poi bruce si alzava in piedi e faceva aldo, il bidello che puliva i pavimenti con ancate alla micheal jackson, martina sfotteva pietro quello del primo banco e veronica la vamp col tacco spezzato sulle scale del Da Vinci
era gente che per la gran parte non avevamo mai visto ma che si era materializzata nella nostra fantasia fino a diventare nota... l'arrivo di gianna segnalava il time out di questi incontri: francesca si infilava il giubbetto jeans sisley (rigorosamente identico al mio, riconoscibile solo perché lei ci aveva conficcato uno spillo da balia nel taschino interno) e seguiva a ruota la mamma, mi spediva un bacio teatrale dal centro del bar e si congedava da noi con un “ci vediamo alla fermata del bus”
ad uno ad uno scivolavamo anche noi, alle nostre camerette specchio delle nostre mutazioni
io, marco e elena, la sorella più piccola di marco che in quelle sere di maggio si aggregava alla nostra combriccola, facevamo un pezzo di strada insieme fino a che prima del famoso e temuto stradone non mi staccavo da loro e me ne venivo a casa
quella sera no
accennai un saluto davanti al loro cancello
"ti accompagno... ele dì alla mamma che sono andato ad accompagnare vale"
e rimanemmo soli
“sabato un mio compagno di classe suona col suo gruppo al Lingotto… vieni?”
“ahah… c’è anche camicia blu elettrica?”
“penso di sì…” e rise, io davo tutti questi soprannomi visuali alla gente che non conoscevo o di cui faticavo a ricordare il nome
arrivammo su via trento marco afferrò di getto la mia mano e di corsa saltammo sul marciapiedi opposto e in quel buio dimenticammo di staccarci i polpastrelli così camminammo fino a casa mia al metà tra il mi stacco e il mi rinsaldo
eravamo amici, così perché era capitato
eravamo complici, divertiti alle domande insistenti di chi ci chiedeva se stavamo insieme eravamo prolissi e anche quella notte andammo avanti a parlare per ore fuori di casa mia fino a che mia madre non aprì il balcone e ci urlò un assonnato "almeno entrate a parlare"
ma la serata era finita, l’incanto dell’intesa si era spezzato
il giorno dopo sarebbero state le sei per entrambi
allora affondai la testa sulla spalla di marco, con la forza dei tredici anni
e lui mi strinse, di una stretta impacciata ma affettuosa e prima di girarsi verso lo stradone dove le nostre mani avevano potuto incrociarsi senza spaventarci mi stampò un bacio quadrato sulle labbra "buonanotte..." "marco?!" lo volevo riafferrare per leggere nei suoi occhi nero fumosi un significato, per inquadrare quel gesto, violazione definitiva alle regole non scritte e non dette del nostro rapporto
"vale ne parliamo domani ok?"
ok
passo le mani sotto alle pupille, clessidre dei miei ricordi
penso a quel che c'è stato dopo quello scontrino consunto
penso a palma, vecchia in fretta, di una vecchiezza malata
penso a quel che non è rimasto della fata turchina e dei suoi avventori
penso a bruce, metalmeccanico e papà felice
a martina e giacomo che non sento da anni
a elena che c'ha la matura e mi chiama per chiedermi dell’università
alla fra che si è ritirata dopo cinque esami, insegna yoga e vive con un dentista
a marco e a tutte le volte che negli anni a seguire ho tirato mattina sui sedili dell'auto di papà
alla vale di allora, alla vale di quella notte, alla vale coi percussionisti nel cuore
penso a un amore succhiato, spremuto e finito
penso che ho dimenticato tanto o semplicemente nascosto bene
penso a un cumulo di ricordi
e mi sento la solita disordinata
penso che questo giro in giostra appena sveglia a 24 anni è significato qualcosa
è un tagadà che non dimenticherò
almeno per oggi
richiudo la scatola, miracoloso e inatteso ritrovamento di questa giornata di inizio ottobre
richiudo le mie mani veloci e voraci sotto i polsini del mio felpone blu
richiudo me stessa, assorta, tra le pareti di questo monolocale solo mio
berto reclama la sua passeggiata mattutina
sistemo il guinzaglio e gli apro la porta sul cuore di Trastevere
Ma lì, in basso a sinistra! È il fiume più grande d’Italia, lo sapevi?
No.
Io l’ho visto centinaia di volte.
Come mai?
Mia madre è nata da queste parti, e d’estate venivamo sempre a trovare la nonna. Ci fermavamo da luglio a settembre, e io mi divertivo a esplorare i canali con mio cugino, mentre le zanzare ci divoravano le caviglie. Però mi piaceva da pazzi. Ogni tanto un amico di mia madre veniva a prenderci e si andava con la barca, e lui ci diceva i nomi di tutti gli uccelli e ci raccontava di quando, da ragazzo, tutto il paese era stato evacuato per l’alluvione.
Era stato cosa? chiede lei, con una smorfia.
Evacuato. Vuol dire che tutti gli abitanti avevano dovuto lasciare le loro case perché era piovuto troppo, il fiume aveva rotto gli argini e l’acqua aveva invaso tutto il paese.
Che brutto, dice lei. Anche tua nonna?
Certo, tutti quanti.
E poi?
Poi aspettavano che smettesse di piovere, e una volta smesso passavano i giorni a raccogliere l’acqua con secchi e altre cose e ad asciugare tutto quanto, finché non rientravano nelle loro case. Tante però erano state distrutte dal fiume, e così dovevano ricostruirle o trovarne di nuove.
Anche la casa di tua madre?
No, quella no. Quella ha sempre resistito. Non chiedermi come.
Arriviamo a Mesola che ormai è giorno. Entriamo in paese e facciamo un giro dentro la piazza, senza scendere dall’auto. Poi imbocchiamo una viuzza stretta, e quando siamo lungo l’argine proseguiamo per una decina di chilometri finché non sbuchiamo su un ponte, in mezzo ai canali.
La laguna, piatta e lucente, si stende di fronte a noi, e centinaia di uccelli, ammassati su una lingua di terra accanto ai canneti, osservano immobili il rapido, inesorabile e certo svanire del buio, quasi ostentando la sicurezza di chi vive l’alternarsi del giorno e della notte come un fatto ineluttabile e destinato a ripetersi in eterno.
Scendo dalla macchina, chiudo la portiera e corro ad aprire quella di lei, e mentre la guardo poggiare incerta i piedi a terra, per la prima volta da quando l’ho vista me la immagino nuda, bianca e liscia, e provo vergogna.
Qui è bellissimo, dice lei, e si avvicina al bordo del ponte.
Attenta a non cadere. Una volta qui si poteva fare il bagno, ma ora è meglio non correre rischi. Potresti prenderti qualche malattia.
Lei sembra non aver sentito, stordita da quell’esplosione di natura dopo chilometri di asfalto. Si leva le scarpe, se le appoggia accanto e si accovaccia sul legno umido. Poi sporge i piedi e li lascia dondolare nel vuoto, finalmente liberi.
Uno stormo di gabbiani si alza di colpo in volo, trafiggendo il silenzio con lo sbattere delle ali, lasciando un vuoto nella radura in cui fino a un momento fa erano appollaiati. Nel giro di qualche secondo altri uccelli li seguono, e poi altri ancora, quasi che quel primo gruppo abbia lanciato un segnale a tutti gli altri, secondo un codice prestabilito impresso nei loro geni, e ora il cielo è macchiato da una nube bianca e urlante, festosa. Soltanto gli aironi decidono che è ancora troppo presto e rimangono immobili, ritti su una zampa sola, con i becchi affondati fra le piume, grigie figure allineate l’una accanto all’altra come monaci incappucciati in preghiera.
L’acqua, nera e limacciosa, è increspata da un vento leggero, e ogni tanto si apre qua e là in un piccolo gorgo, per poi richiudersi in cerchi concentrici.
Qui è bellissimo, ripete lei, e alza gli occhi verso di me.
Un airone rosso sbuca dai canneti, percorre una ventina di metri sul pelo dell’acqua, si posa sulla cima di un palo di legno e si mette a fissarci.
Perché non ti siedi anche tu?
Mi siedo al suo fianco. Ora siamo più vicini che mai, e io guardo il suo fiato condensarsi in una nuvola e sparire nell’aria frizzante dell’alba, il suo seno alzarsi e abbassarsi al ritmo lento del respiro. Le prendo la mano. Intreccio le sue dita nelle mie e rimaniamo così, immobili, a guardare l’immenso che abbiamo di fronte, come due sfollati che dopo un terremoto non sanno staccare gli occhi dalla loro casa ridotta in macerie.