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Walk about 2002 |
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Segnalato sezione racconti - Sergio Bernardini - Il bambino viaggiatore |
IL BAMBINO VIAGGIATORE.
“Dicono che sono un bambino fortunato. Molti lo dicono: i bambini della mia età, per esempio, e soprattutto lo dice mia mamma. ‘Pensa quanto sei fortunato - dice - hai solo sette anni e conosci ben tre lingue’. Si, conosco tre lingue: lo spagnolo, l’inglese e l’italiano. Non è che ci faccia molto caso, anzi, non ci faccio caso per niente, ma la mamma sembra molto contenta di questo e dice che sono fortunato. Il fatto è che viaggio molto. Già, mio papà fa un lavoro che ci fa spostare spesso e volentieri in diverse parti del mondo. E’ per questo che so tre lingue, non ci vuole tanto: stiamo sei mesi qui, un anno là, si vedono posti nuovi, nuove persone… e così dicono che sono fortunato.
Anche i bambini della mia età lo dicono. Infatti, ogni volta che arrivo in una nuova scuola, quando si viene a sapere che sono un bambino viaggiatore - è così che amo definirmi -, i miei compagni, ammirati, fanno tutti in coro: ‘che bello, come sei fortunato’. Già, questo succede ogni volta. E per il tempo che serve a dire quella frase sento che sono carichi di invidia - o forse è ammirazione, che tra noi bambini è la stessa cosa. Ma è un’invidia strana perché dura poco, giusto la frase. Poi, dopo averla detta, tornano ai loro giochi - evidentemente si dimenticano che dovrebbero invidiarmi - e la loro vita continua come niente fosse. Ci ho pensato molto e ora so che questo accade per un fatto elementare: quei bambini sono tra loro amici e il loro mondo è quello, cioè quello degli amici. Ciò che è fuori dal loro mondo - io, ad esempio -, per quanto possa essere stupefacente, passa. Loro sono fatti così. Già, quei bambini sono tra loro amici e io non sono altro che un bambino della loro età che ha viaggiato molto e sa tre lingue. Ecco perché l’invidia dura poco.
Io non ho amici. I bambini della mia età sì. Io sono un bambino viaggiatore che non ha amici. I bambini della mia età sono bambini della mia età che hanno molti amici. E’ tutta qua la differenza. Così, alla fine, sono io che li invidio. Perché se loro mi invidiano giusto il tempo che occorre a dire ‘che bello, come sei fortunato’, cioè per il breve tempo di una breve frase, io li invidio per il tempo eterno del silenzio che a quella breve frase segue, per quel silenzio in cui mi lasciano quando si ricordano che tra loro sono amici e che, per uno come me, non si devono avere molte attenzioni.
Una cosa però ci tengo a dirla. Una volta un amico l’ho avuto. Uno dei tanti primi giorni nelle tante nuove scuole, mi si era creato intorno il solito cerchio di bambini della mia età che volevano sentire le storie sui viaggi che avevo fatto fino a quel momento e tutto il resto. Come da copione, finito di raccontare, tutti presero a dire: ‘che bello, come sei fortunato’ e poi mi lasciarono solo. Tutti tranne uno. Questo bambino della mia età sembrava piuttosto cattivo. Subito mi attaccò dicendo che le mie erano tutte balle - specie la parte sulle tre lingue - e poi mi picchiò. Per questo motivo quel bambino della mia età tanto cattivo fu punito dalla maestra. Tutti gli altri bambini della mia età avevano paura di lui e lo evitavano. Io paura ce l’avevo e provavo anch’io a evitarlo, ma evitarlo mi risultava difficile, visto che non avevo amici dai quali andare. Finì che un giorno mi trovai faccia a faccia con lui e, invece di scappare - quel giorno ero un po’ stanco -, provai a parlagli. La cosa funzionò. Scoprii, così, che quel bambino della mia età mi invidiava. Già, proprio lui che quel giorno non aveva detto ‘che bello, come sei fortunato’ mi invidiava. Aveva dei problemi a casa. Suo papà lo menava e lui sognava di fuggirsene via di casa. Mi invidiava perché avevo un papà che non mi picchiava e che, invece, mi portava in giro per il mondo. Stupito, tentai di fargli capire che non ero per nulla un bambino fortunato, ma, incredibile a dirsi, lui restava convinto del contrario. Allora ci mettemmo d’accordo: il giorno della mia partenza lui sarebbe venuto via con me, verso la libertà, come spesso diceva. Ma il giorno ch’io partii, partii da solo - cioè con mamma e papà - e a me non restò nulla, a parte un viaggio in più da raccontare. Un viaggio che ora non racconto per rispetto di quell’amico che ho perso, il primo e l’unico che mi ha invidiato veramente.
E per questo dicono che sono fortunato. Ma come può un bambino essere fortunato se possiede più lingue che amici? Io non lo so, ma mia mamma non sembra farsene un problema. E pure mio papà se ne frega, visto che non si dà una calmata e continua a portarmi in giro. Diciamolo: passo più tempo negli aeroporti e tra le hostess che a scuola tra i bambini della mia età. E forse non merito di più.
Ma una cosa l’ho decisa: quando sarò grande non viaggerò mai! Già, mi comprerò un bella casa e avrò un sacco di amici. E nella mia bella casa ci resterò per sempre e come lavoro farò qualcosa del tipo ‘stare in un ufficio’. Meglio ancora, sarò così ricco che potrò fare a meno di lavorare e quindi di spostarmi. Tanto ora c’è internet, non serve più uscire, ogni cosa ti arriva direttamente a domicilio. E se un giorno mi verrà la voglia di andare, che so?, a Roma, basterà cliccare www.roma.it, oppure www.newyork.com, se mi andrà di vedere New York. Semplice. Soprattutto un’altra cosa è sicura: non parlerò mai più di viaggi. Mai più! Sono stufo di sentirmi dire “che bello, come sei fortunato” quando so benissimo che questa è una bugia. No, niente di tutto questo. Niente più filmini dalla Turchia o fotografie della Norvegia. Solo una casa e tanti amici, questo voglio. Vedrai che bello sarà. Già, una casa e tanti amici. Non ci serve nient’altro, non è vero?”
“Luca! Smettila di parlare al tuo Pokemon e sbrigati, che l’aereo sta per partire! Vedi, Giorgio? Ecco cosa succede a regalare certi giochi: diventano stupidi, parlano da soli e poi tocca portarli dallo psicologo!”.
L’aereo partì.